Chiara, rome, fifteen, freak, she speaks english, french, german and chinese. when she was just a girl she expected the world. loves the beatles, the rolling stones, bob dylan, arctic monkeys, baustelle, coldplay, beady eye, muse, guns 'n' roses, foo fighters, rino gaetano, francesco guccini, giorgio gaber, fabrizio de andrè, queen, nirvana, caparezza, florence + the machine, paolo nutini, the killers, the kooks, MGMT, the electric diorama, about wayne, the charlestones, janis joplin, arctic monkeys, oasis, led zeppelin, pink floyd, the last shadow puppets, the smiths, ed sheeran, thriving ivory, miles kane, noel gallagher, jostein gaarder, arthur conan doyle, william shakespeare, emily brontë, alessandro d'avenia, oscar wilde, oriana fallaci, benedict cumberbatch, martin freeman, colin firth, matt smith, tom hardy, karen gillan, david tennant, photography, matthieu barrère, reading and writing. ☮
Ora scriverò uno di quei post con tanta autocommiserazione da ragazza indie e sregolata con la vita incasinata da milioni di storie finite male, sesso libero, canne a profusione e sogni da bimba pura e casta che cerca il vero amore.
No, in realtà non lo farò. Non ne ho la minima intenzione. Semplicemente farò una considerazione oggettiva del mio attuale stato di confusione che è una delle cose più difficili da fare. Perché la descrizione della confusione è una descrizione confusa e io sto cercando di sfidare il caos, di sminuzzarlo per riuscire ad identificare ogni componente, per poi archiviarlo e addormentarmi, stanotte, con la coscienza in pace.
Si dice che l’adolescenza sia una fase di crescita personale. L’età spensierata in cui affronti il viaggio dall’infanzia alla saggezza degli adulti che poi saggi non lo sono mai. Io, da qui dentro, vedo solamente tanti ormoni, una vagonata di superficialità, attimi di felicità cancellati da un repentino “metti-a-posto-la-stanza”. Vedo la voglia di uscire quando sei da solo e la voglia di stare da solo quando sei uscito.
Un serie di cose complicate come il rapporto con gli adulti, il rapporto con gli altri, il rapporto con sé stessi che mandano a fanculo con molto garbo l’aggettivo spensierato.
Io vorrei gridare ma ho paura che i vicini s’incazzino, quindi sto zitta. Mi faccio piccola, che forse se mi nascondo in un angolo i giorni passeranno più in fretta e avrò finalmente un mio momento per uscire, stiracchiarmi un po’, dirmi che il peggio è passato e che posso cominciare a ricostruirmi qualche base solida su cui poggiare i miei ideali, che ora più che mai traballano come un tavolo con una gamba più corta delle altre.
Mi sono chiesta, in effetti, se si tratta in realtà di un problema squisitamente mio e delle mie seghe mentali o se capita a tutti di svegliarsi un giorno e sentirsi un puntino insignificante in mezzo a qualcosa di talmente grande da poter essere identificato come “niente”. Praticamente l’insiginificante nel nulla, cos’è?
- Oh, Chiara, ma drogati di meno.
Tre passi indietro. Comincio a dimenticare cosa mi faceva stare bene. Protassi. Ok, la protassi mi fa stare bene. Mi piace pensare di poter mettere un punto senza passare per la punteggiatura superflua. Punto. Fine della frase. Paradossalmente, il flusso di pensieri mi fa stare bene quanto la protassi. Mi piace stendere su un foglio riflessioni a vanvera senza restrizioni, poter mettere in mezzo ad un discorso serio cose come gli unicorni, il mio attore preferito, quanti giorni mancano al viaggio a Dublino. Il colore, anzi i colori mi fanno stare bene, forse perché mamma ha arredato casa che sembra un ospedale e io non lo sopporto. Bianco, infinito bianco. Luce su luce che poi acceca. E camera mia è bianca, marrone chiara e azzura chiarissima, perché a mamma danno fastidio agli occhi i colori forti. Io invece ora prendo un po’ di vernice verde acido e scrivo su quel maledetto armadio bianco le prime parole che mi vengono. Fossero pure 350-grammi-di-farina-e-zucchero-quanto-basta. Il cielo quando è azzurro come la mia stanza, mi piace. Anzi il cielo mi piace sempre, anche quando è nero come la morte e promette una catastrofe. Ha questo fascino particolare su di me, che sfocia nella meteoropatia. Le voci. Le voci sono meravigliose. Talvolta, quando sono particolarmente belle, chiudo gli occhi e immagino che appartengano a persone belle quanto la loro voce, con un sorriso calmo e sereno e gli occhi buoni. Mi piace tornare da scuola e restare in cucina a mangiucchiare le croste del pane e qualche biscotto mentre mamma prepara la pasta. Mi piace raccontarle la mia giornata scolastica e mi piace quando si prende del tempo per starmi a sentire. Mi piace il modo in cui mi guardi quando non capisci cosa dico e inclini un po’ la testa da un lato, con l’espressione di chi pensa ma-che-cazzo-ti-fumi. Mi piace ricordare le conversazioni che non posso più riavere con persone che se ne sono andate dalla mia vita lasciandosi dietro una piccola striscia di bava appiccicosa come le lumache, per segnare il passaggio. Ma poi mi prende la nostalgia e allora non mi piace più.
- Ma questa non è archiviazione dettagliata delle sensazioni, questo è caos ancora più profondo.
E va bene. Allora lascio stare. Mi immolo preda delle mie fissazioni anche stanotte.
Come si chiama quando hai tanto tempo libero ma sembra che ventiquattro ore non siano abbastanza per completare un giorno? Perché se per sette ore dormo, sei sto a scuola, due se ne vanno tra cesso e cibo, a me quanto resta per vivere? Nove. E il nove è un numero che mi è sempre stato sul cazzo.
Tu mi baciavi e davi un senso all’astratto.
La scala di grigi diventava technicolor. Le stelle erano così vicine che, allungando una mano, avrei potuto prendere fuoco.
E il prato su cui eravamo distesi era più verde: i germogli sbocciavano per noi, amore, che siamo una supernova durante una fusione termonucleare. Guarda come accechiamo la gente; osservali mentre inforcano i loro occhiali dalle lenti scure sperando di celare la loro invidia.
Più del Sole, oltre l’infinito, dopo la morte, amami.
Con te, quello che prima mancava, ora c’è. E non riesco più a pensare alle mie labbra lontane dalle tue. Non ha senso, non è possibile: io senza te, la Terra senza la Luna, la ballerina senza le sue scarpette di raso, il cinema senza film, la chitarra senza corde.
Saltiamo sul primo treno: Bologna, Milano, Napoli, Lecce, non importa. Trasformeremo la città in una reggia e il tramonto illuminerà le torri del nostro castello.
Ti prego, baciami ancora: baciami come se la nostra vita dovesse finire insieme a questa notte che cede il passo ad una nuova aurora.
Era troppo chiederti di amare anche le mie imperfezioni?
Era davvero così tanto chiederti di armarti di una manciata di tempere e colorarmi le giornate in cui avrei visto tutto nero? Non chiedevo certo un quadro di Renoir, ma qualche macchia rossa, verde, blu, lillà, ogni tanto.
Eppure, io, avevo una scatola piena di pastelli per te. Avevo abbracci, sorrisi, lacrime, comprensione: tutto riposto con cura, pronto per essere usato all’occorrenza.
Lo sai che non sono brava con le poesie, ma avrei potuto gareggiare con Prévert per trovare la frase più bella, per te.
Lo sai che sono un disastro: parlo troppo, sono lunatica, mi arrabbio per le stupidagini e lascio correre le cose importanti.
Lo sai che ti ho amato perchè mi faceva male non farlo.
Lo sai che eri l’unica cosa che mi teneva legata alla sfera delle emozioni umane.
E ora che non ti amo più, temo di essere diventata un automa.
Passerà tanto prima che mi si scongeli ‘sto cuore. Non è mica come la carne macinata, sai? E’ vivo, pulsa, è freddo.
Guardo i miei pastelli mai usati. Come avrei voluto mostrarti che, per essere imperfetti, deve esserci una scintilla di perfezione in tutti noi.
“Je ne t’aime plus, mon amour. Je ne t’aime plus, tous les jours.”
Ti guardo negli occhi e mi sento incompleta, come se quel sentimento che ora non c’è più fosse stato la mia linfa vitale che un ramo d’edera ha succhiato via.
Forse cerco ancora un po’ di te nei miei ricordi, per capire quanto sia stato meravigliosamente stupido sprecare tutto questo tempo per farti sorridere.
Sui lati della navetta sporca di fango comparivano i nostri disegni, le citazioni, i sogni stilizzati e compressi.
Il simpaticone di turno ci aveva disegnato accanto un pisello, credendosi esilarante, ma la pioggia che scendeva cancellava le opere su polvere.
“Asciughiamo le lacrime alle nuvole, che ci allagano i sogni!”.
Consolare i finestrini non era abbastanza e tutto scivolavia via, inesorabilemnte.
“Odio i giorni di pioggia, perché le nuvole m’ingrigiscono gli occhi e la nebbia oscura i sentimenti.”
E ora, costretti in casa, prepariamo piani complessi per le nostre rivolte home-made e le corse a piedi nudi per arrivare in cucina a mezzanotte.
Sento la vibrazione dei tuoi pensieri mentre l’amore subisce l’effetto doppler.
Ora scusa: mi prendo un secondo per me e grido questa merda che mi sento dentro.
Lo sai cosa vorrei adesso? Una pistola. Una pistola con un colpo solo.
Vorrei infilarmela in bocca e premere il grilletto e farmi esplodere la testa.
Vorrei farlo davanti a chi mi odia. Vorrei sentire il loro disgusto mentre il mio sangue macchia le loro facce da cazzo.
Non sarebbe durata a lungo, comunque, la mia vita.
Vuoi mettere? Non riesco a farmi durare un vestito, un paio di orecchini, un amore. Figurati se riesco a farmi durare una vita. Nah, non voglio vederla logora, strappata e sudicia.
Va bene così: un’uscita con stile. Di quelle che le opinioni possono essere solo due:
“Una povera ragazza incompresa che si è sparata per mettere fine alla sua sofferenza.”
“Una cretina viziata che aveva talmente tanto bisogno di attenzione da ammazzarsi così.”
Riderei, dal mio paradiso. Riderei. Con tutti i cazzi e mazzi che ho vissuto qui, Dio mi concederà un po’ di ospitalità sulla sua nuvoletta? Se non lo farà, poco male. Schiaffi in faccia anche dopo la morte.
Sputo bile, sai per quale motivo? Ho un fegato troppo debole.
Mi do le arie della ragazza con tanti amici. Ma dove? Quando si sta insieme sono più fuoriposto io di una Fiat Uno in un raduno di Lamborghini.
BANG.
Mi guardo indietro, chiedendomi dove sono finita.
Quel po’ di me che c’era, no, ora non c’è più. Guardandomi allo specchio ho come paura di cominciare a scomparire, pezzo dopo pezzo. Prima o poi doveva succedere, no? Sarei implosa nel vuoto che mi sento dentro.
Cos’ho? Non è amore. Non ne provo. Non ne sono capace. Non so amarmi e pretendo di amare gli altri.
Non funziona così.
Manca qualcosa. Manchi te. Mancano gli amici. Manca una canzone. Manca l’abbraccio di mia mamma. Manca la voglia di fare. Mancano i sorrisi. Manca un obbiettivo. Mancano i giochi. Manca il tempo. Manco io.
Hai presente quella sensazione… quando vai a letto e pensi che non te ne frega niente di svegliarti il giorno dopo? .
Buongiorno, stella del mattino, mi chiedevo perché piangessi così tanto, così ho deciso di scriverti una lettera.
Una dichiarazione d’amore, per essere precisi, di quelle che dovresti tenere sotto il cuscino tutte le notti, mentre dormi.
Piccina, la vita è complicata, lo hai sempre saputo. Sai anche che c’è gente che sta messa peggio di te ma, come dici sempre tu, i dolori non vanno mai messi a confronto.
Mi dispiace averti causato tutti questi problemi. La storia dello sconforto, dell’inadeguatezza, del tuo non sentirti bella, dei graffi sulla pelle e delle labbra che ti stavi staccando a morsi per non piangere, no? Ecco, ho esagerato un po’. Avresti dovuto vederti: sei così brutta quando piangi.
Forse non sono andata abbastanza piano, con te: ti ho fatto sbattere il cuore così violentemente che sei rimasta senza respiro un anno intero. Però, vedi? Ora ricomincia a battere. No, non sto cercando di sminuire l’errore; sto cercando di farmi perdonare.
So che ti senti sola, ma spero che un giorno io possa aiutarti a farti sentire amata anche quando non c’è nessuno accanto a te. Intanto, goditi l’affetto di chi ti vuole bene, anche se non sei così sicura di poter contare sui tuoi amici. Hai bisogno di tempo: sei sempre stata molto cauta su queste cose, piccina. Eppure quando si tratta di innamorarsi non hai mai paura di soffrire. Forse, dentro di te, sai che un’amicizia va scelta molto più accuratamente di un amore.
La cosa che più mi ha fatto male è stato vederti cadere così in basso. Tu, che solo qualche mese fa di fronte ad un periodaccio ruggivi come la più forte delle leonesse, ora ti lasci trasportare dalla tristezza, senza reagire, cambiando umore in base al colore del cielo.
Ti prego, luce, torna a splendere.
Sii narcisita: amati fino a stare male.
Sorridi anche quando ti infilano un pugnale nel fianco.
Io credo in te.