thirty-sixth.

Non riesco a dire molte cose adesso, quindi ti lascio questa lettera aperta qui sopra, sperando che tu la legga, anzi sapendo che la leggerai.
C’è una marea di roba da dire e le parole sono così poche, così vane.
Per trovare le espressioni adatte potrei provare a mettere insieme un discorso che parte in italiano, poi diventa inglese senza preavviso, per poi trasformarsi ancora in francese o in tedesco o in qualsiasi lingua tu voglia, se proprio vuoi che parli.
Altrimenti posso restare in silenzio e lasciare che sia questa nostalgia a parlare per me. Questa nostalgia che non mi fa più dormire, non mi fa più mangiare, non mi lascia respirare. Un mese che non ti vedo e già non ricordo più il sapore dei tuoi baci o la sensazione delle tue mani su di me. Ti ho implorato di venire almeno nei miei sogni, per farmi tornare alla mente tutto, per sentire di nuovo. E magari, non lo so, ci hai pure provato, ma non ce l’hai fatta. Magari c’è traffico per tutti quegli amori a distanza, su quella tangenziale in cui almeno di notte cercano di incontrarsi ma niente. È tutto bloccato.
Quando parliamo, quando fingiamo di essere insieme, vengo catapultata in una dimensione che assomiglia a volte alla tua stanza, a volte alla mia. A volte ci abbracciamo sul tuo letto, a volte mi metto sulle tue gambe quando ti siedi sulla mia sedia, ma quando ti bacio nella mia mente, ti bacio in un luogo ameno, irreale e perfetto.
Le tue lettere non profumano più. Forse nemmeno la Moleskine profuma più, ma non ho avuto modo di controllare perché è da quando sono tornata a casa che non scrivo.
Con te le mie giornate sarebbero più facili, quindi mi chiudo in un mondo in cui tu ci sei in ogni istante. Quando preparo il tè, lo preparo sempre pensando che nel viaggio tra cucina e camera da letto apparirai seduto alla scrivania che aspetti perché te ne dia un sorso. Quando mi vesto, mi vesto sempre sperando che tu possa vedermi e dirmi: “Come sei bella stamattina, amore”. Quando ballo, fingo che tu sia dall’altra parte del vetro della sala, pronto a giudicare ogni errore, e così esco sudata e stremata ma con la convinzione di aver fatto tutto nel modo migliore, perché ho faticato e l’ho fatto per te. Lo faccio per te ogni volta.
Non so se il destino è stato crudele nel farci nascere lontani o nel farci incontrare. Forse, se non ci fossimo mai conosciuti, ora frequenteresti una ragazza della tua età vista ad una festa. Forse, se non ci fossimo mai conosciuti, avrei dato una possibilità al “poeta” coi suoi maldestri tentativi di impressionarmi.
Ora il tuo arrivo a Novembre mi spaventa, perché non sarà più come le altre volte una semplice questione di vederci in un periodo di vacanza e fregarcene di tutto e stare insieme. Sarà davvero vivere insieme, coi miei compiti, le lezioni di danza, buttarci sotto le coperte stanchi con un pacco di biscotti rubato alla dispensa e una tazza fumante. Sarà averti nel mio mondo, quello reale, in cui oltre ad avere te ho dei doveri, degli impegni da rispettare. E averti così dentro alla mia vita mi farà male, perché poi te ne andrai, perché poi non avrò più nessuno con cui buttarmi sotto le coperte con un pacco di biscotti.
Ci sono tante cose che sai fare bene, amore mio, ma mancarmi è quella per cui dovresti vincere un premio.





È che quando vedo certa gente spero vivamente nella selezione naturale, ignorando che sarò io invece ad essere scartata.


Odio le persone ma è me stessa che vorrei uccidere. Mi dico che non dovrei permettere loro di rendermi così triste, ma ci casco sempre: glielo lascio fare.














And then came the spirit of perverseness. Philosophy does not talk about this spirit, but it is a fundamental part of the human heart. We have all done stupid or terrible things simply because we know that we should not do them. This, then, is perverseness.
— Edgar Allan Poe, The Black Cat. (via bruttamy)


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